Massimo Palombella Presbitero

Definizione enciclopedica religiosa: il Presbitero

Il termine presbitero deriva dal greco “presbýteros”, letteralmente vuol dire “più anziano” e, contemporaneamente, dal latino “presbyter”, da cui la lingua italiana mutua la parola “prete”. All’interno della Chiesa cristiano – cattolica, di quella ortodossa e di altre comunità cristiane, il presbitero identifica il ministro del culto che, grazie ad una particolare e specifica ordinazione ricevuta dal Vescovo, ha conseguito uno speciale mandato, declinato in tre diverse funzioni: essere pastore e ministro con il compito di presiedere la liturgia e le funzioni del culto; essere guida spirituale per comunità cristiana affidata alle sue cure; annunciare il Vangelo. 

La parola “sacerdote” è il termine corrispettivo a quello di presbitero, seppur più vago ed indeterminato. All’interno della scala gerarchica della chiesa cristiano – cattolica, il presbiterato rappresenta il secondo dei tre gradi di cui si compone il Ministero dell’Ordine Sacro, sacramento istituito direttamente da Gesù in occasione dell’Ultima Cena. Alla base vi è il diaconato, che è il primo livello, nel mezzo vi è appunto il presbiterato, al grado superiore vi è, invece, l’episcopato. Prima di acquisire le funzioni ed il significato che oggi caratterizzano il presbitero all’interno della Chiesa, sono trascorsi diversi secoli. Infatti, alle origini della Chiesa Antica, in modo particolare in alcuni testi del Nuovo Testamento, la parola presbitero si è usata per fare riferimento agli anziani, quali rappresentanti di un consiglio, con il compito di guidare, coordinare e gestire la chiesa locale. Nelle 4 forme del Vangelo canonico (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) e nelle lettere paoline, però, la parola “presbýteros” non assume mai questo significato, a differenza di quanto avviene all’interno degli Atti degli Apostoli.

 In quest’ultimo libro, che riporta i fatti avvenuti in seguito alla Resurrezione del Signore Gesù, il suo autore, l’evangelista Luca, usa la   parola “presbýteroi”, identificando con queste figure coloro che erano chiamati a guidare le Chiese locali del tempo. Inoltre, ancora nel Nuovo Testamento e più precisamente nella Lettera a Tito, Paolo ha parlato di come fosse organizzata la Chiesa locale, facendo riferimento a due figure particolari: i “presbýteroi” e gli “epískopoi”. I primi rappresentavano gli anziani, i secondi i sovrintendenti. Nel presentare queste due figure, Paolo evidenziava quanto gli anziani ed i sovrintendenti dovessero essere prima di tutto dei validi padri di famiglia e mariti. Pertanto, non si è fatto alcun riferimento all’obbligo del celibato per i membri che avrebbero ricoperto questa funzione. Invece, sempre Paolo nella Prima Lettera a Timoteo, parlando dell’organizzazione della chiesa locale, ha fatto riferimento unicamente agli “epískopoi” (i sovrintendenti, dunque) e ai diaconi, senza menzionare “presbýteroi”, gli anziani. Sempre all’interno di questo scritto, invece, Paolo ha fatto preciso riferimento alle gynâikes, le donne, che avevano un ruolo importante nell’organizzazione della chiesa antica. 

Ad esse veniva chiesto di essere “dignitose, non maldicenti, sobrie, fedeli in ogni cosa”. Queste donne di cui fa menzione Paolo potrebbero essere le mogli dei diaconi e dei vescovi, se non addirittura delle vere e proprie diaconesse. Queste ultime avevano il preciso ruolo di compiere atti di carità o azioni di supporto all’interno della comunità; gli anziani – presbiteri, invece, avevano il compito di imporre le mani (cheirotonia), al fine di rinnovare il dono della profezia, di praticare “la predicazione e l’insegnamento”. 

Nella Prima Lettera di San Pietro, invece, l’Apostolo ha presentato la funzione del presbitero come pastore e al servizio, in grado di svolgere un ministero di guida per la Chiesa, ma non paragonabile al significato odierno, che collega la figura alla funzione prevista dal secondo livello dell’Ordine Sacro. I primi testi che riportano la suddivisione tra le figure del Vescovo, del Diacono e del Presbitero sono le sette Lettere di Ignazio di Antiochia. Inoltre, non si parla mai del presbitero al singolare, ma al plurale, identificando dunque un collegio. Il termine “sacerdote”, invece, si è diffuso al termine della persecuzioni cristiane; all’inizio era applicato solo per i Vescovi, poi anche per i presbiteri. Fino a quel momento, invece, la parola sacerdote indicava soltanto, in ambito cristiano, in riferimento alla figura di Gesù o all’assemblea dei credenti, in relazione al “sacerdozio battesimale”. Man mano che si diffuse poi il cristianesimo anche nelle zone meno centrali, i presbiteri videro accrescere il loro ruolo all’interno della liturgia. 

Oltre alla loro funzione di collaboratori al fianco dei Vescovi, i presbiteri assumevano anche il ruolo di rappresentanti e supplenti del Vescovo stesso. Sarà necessario, poi, attendere il periodo dell’Alto Medioevo per trovare una regola dedicata al clero, in modo speciale ai preti: si tratta della Regola Pastorale di Gregorio Magno. Poco dopo, Carlo Magno, invece, decretò l’apertura di scuole dedicate alla preparazione dei futuri presbiteri e laici istruiti, presso gli episcopati e i monasteri. Nel periodo centrale del Medioevo, al fine di contrastare il declino della vita morale e culturale del clero, si tentò una nuova riforma del clero, con l’introduzione del celibato obbligatorio per tutti i preti della cristianità occidentale. Per controbattere alle accuse di Martin Lutero, che riteneva il clero poco preparato, negli anni della Controriforma si diffuse il modello dei gesuiti per l’istruzione del clero, mentre solo all’inizio dell’Ottocento si diffusero i primi seminari all’interno delle diverse Diocesi, al fine di formare i futuri presbiteri. Una riorganizzazione del clero avvenne nuovamente con il diffondersi dello Stato Moderno nel corso del XVIII secolo. 

La riforma più importante si realizzò in Austria, dove Maria Teresa e suo figlio Giuseppe riorganizzarono gli enti ecclesiastici, dedicando una particolare attenzione per le parrocchie e rinnovando il ruolo dei parroci. In particolare, le parrocchie acquisivano un ruolo importante nella carità verso i più poveri, diventando “una sorta di struttura amministrativa locale, in cui al parroco era riconosciuto un ruolo di vero e proprio funzionario pubblico; un ruolo che continuerà ad essere riconosciuto ai preti anche nella prima fase della Rivoluzione francese (fase della Costituente e della Legislativa) e sotto l’Impero napoleonico”. Tra la fine del Settecento e la fine dell’Ottocento, la Chiesa subì una serie di eventi devastanti, che portarono alla caduta dello Stato Pontificio, decidendo di chiudersi nei confronti della vita pubblica, al fine di preservare almeno “la purezza della fede”.  I seminari, in questo modo, divennero luoghi chiusi ed estremamente conservatori, non al passo con i tempi e troppo distanti dalla società che, invece, conosceva un progresso senza pari. Il prete, ormai, era una figura desueta e troppo distante dalla realtà di ogni giorno, soprattutto lontana dalla concretezza dei problemi quotidiani. Quando si arrivò al Concilio Vaticano II, seminari e clero erano già in crisi. Pertanto, proprio il Concilio tentò di dare una svolta al clero di fede cristiano – cattolica. Il presbitero non agiva più in modo singolo e solitario, ma come parte di una comunità, che era il presbiterio diocesano, guidato dal Vescovo. Si tratta di una struttura tutt’ora vigente, poiché il presbitero è sottoposto ad un preciso “statuto teologico”: egli, infatti, “partecipa al ministero del vescovo, come collaborazione al servizio del Vangelo”. All’interno della Chiesa cristiano – cattolica, un presbitero è “incardinato” presso una Diocesi “in un istituto di vita consacrata o in una prelatura personale, sotto l’autorità, rispettivamente, di un vescovo diocesano, di un superiore religioso o del prelato della prelatura personale”. 

L’INCARDINAZIONE RAPPRESENTA IL LEGAME TEOLOGICO

L’incardinazione rappresenta, infatti, il “legame teologico” che si instaura, all’interno della Chiesa cristiano – cattolica, tra il prete e la Diocesi presso cui presta servizio. Pertanto, i presbiteri svolgono la loro attività in completa obbedienza al Vescovo e costituiscono il “clero secolare”, poiché si pongono a servizio nella concretezza della vita di ogni giorno; invece, gli aderenti ad un ordine o ad una congregazione, che hanno ricevuto l’ordinazione da preti assumono la denominazione di “religiosi preti”, formando il “clero regolare”, in quanto la loro vita è regolamentata dalle norme dettate dall’istituto/congregazione a cui appartengono. Per quanto riguarda il rito latino, nella celebrazione del diaconato, il futuro presbitero compie una “promessa di celibato”; al momento dell’ordinazione sacerdotale, invece, il futuro presbitero compie i voti eterni e fa anche “voto di castità”. Il Concilio Vaticano II, in modo particolare nel decreto “Presbyterorum Ordinis”, ha deciso come si dovesse continuare ad usare la parola “presbitero”, preferendola a quella troppo generica di “sacerdote”.